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"Europa, mai dire setta"

Un documento di Strasburgo riapre la polemica con gli Stati Uniti. Parlano gli esperti.
 
Di Alessandro Zaccuri

Tratto da Avvenire, rubrica "Agorà", Mercoledì 30 Giugno 1999.

 
 
Il testo, approvato nonostante le pressioni del governo Usa, promuove la tutela delle vittime ma esclude il ricorso a leggi speciali. Introvigne: «Distinguere caso per caso, senza criminalizzare». Ferrari: «Più attenzione alle persone manipolate dai nuovi culti». Dalla Torre: «La nostra cultura giuridica è impreparata»
 
 
No alle leggi speciali, sì alla tutela delle vittime. E ancora: no alla discriminazione, sì alla lotta alle pratiche illegali, non importa se mascherate da «ricerca spirituale» o disciplina esoterica [*]. Sono, in estrema sintesi, le linee-guida della raccomandazione in materia di sette approvata [all'unanimità] il 22 giugno dal Consiglio d'Europa, dopo una discussione durata circa due anni. Un dibattito che ha messo in risalto la differenza di impostazioni tra Paesi come il Belgio e la Francia, favorevoli al pugno di ferro contro le bizzarrie spirituali di fine millennio, e altri (la Svezia, per esempio) che innalzano il vessillo della tolleranza a ogni costo.

In realtà, però, la partita è ancora più complessa, e riguarda non soltanto le diverse culture e tradizioni europee, ma anche il confronto - neppure troppo a distanza - tra Vecchio Continente e Nuovo Mondo. Nelle settimane precedenti l'approvazione del documento del Consiglio d'Europa, infatti, il segretario di Stato americano Madeleine Albright avrebbe esercitato pressioni per evitare che il testo assumesse un tono eccessivamente restrittivo. All'amministrazione Clinton, in particolare, non è piaciuto lo zelo con cui, negli ultimi anni, il governo francese ha incalzato i nuovi culti. Nel rapporto annuale vergato dalla Commissione statunitense per la libertà religiosa all'estero, del resto, la Francia viene citata a più riprese come Paese a rischio di intolleranza. Iniziative contro il dibattito in corso a Strasburgo sono state prese inoltre da diversi deputati del Congresso Usa, che hanno insistito fino all'ultimo per un intervento diretto del governo contro il Consiglio d'Europa. Tutta colpa dei fedeli di Scientology che, dopo aver conquistato Hollywood, ora puntano sulla Casa Bianca?

«Certo, sarebbe ingenuo sostenere che nelle decisioni del governo americano non siano presenti motivi di opportunità elettorale - commenta Massimo Introvigne, direttore del Cesnur (Centro di ricerca sulle nuove religioni) -. Ma la difesa della libertà religiosa è un carattere tradizionale della cultura statunitense, al punto che anche un cattolico liberale come Richard Neuhaus si dichiara contrario ad atteggiamenti persecutori del tipo di quelli assunti da Francia e Belgio. Paesi nei quali, sia detto per inciso, l'intolleranza verso ogni esperienza religiosa "estrema" è alimentata da uomini politici e da intellettuali che non fanno mistero della propria affiliazione massonica. Del tutto diverso il caso della Germania, dove la polemica si è incentrata quasi esclusivamente sulla questione Scientology e dove l'opposizione alla sette è guidata in prevalenza da pastori protestanti».

Insomma, un'Europa più divisa di quanto si potrebbe pensare, che alla fine ha prodotto un documento che, secondo Introvigne, ha tutte le caratteristiche del compromesso. «Sono state recepite alcune istanze che giudico importanti - dice -, come l'invito a creare centri di ricerca indipendenti sul fenomeno delle sette. Indipendenti non soltanto dal governo, ma anche dalle organizzazioni anti-sette di carattere più estremista. Sempre dal mio punto di vista, trovo discutibile il riferimento a una nozione ancora controversa come quella di lavaggio del cervello, mentre ritengo positivo il tentativo di discernere le caratteristiche di ciascun gruppo. Anche per il bene delle vittime (che pure esistono) bisogna uscire dall'equivoco di chi crede che certe sette mettano in atto comportamenti criminali in quanto sette. Gli Stati Uniti hanno imparato a proprie spese che, per risolvere problemi di questo tipo, non occorre schierare i mezzi corazzati. Lo studio delle singole realtà, messo in atto con strumenti come l'Osservatorio europeo auspicato dalla raccomandazione del Consiglio, sono molto più adeguati».

Una valutazione positiva del documento approvato la settimana scorsa a Strasburgo viene anche da Giuseppe Ferrari , segretario nazionale del Gris (Gruppo di ricerca e informazione sulle sette): «Mi sembra un testo equilibrato, se non altro perché non si omologa al modello suggerito dagli Stati Uniti, un Paese che ha alle spalle una storia religiosa molto diversa da quella europea. Inoltre mi pare importante che il documento scelga di non inoltrarsi nel terreno infido della definizione di che cosa è setta e che cosa non lo è, preferendo invece concentrarsi sui comportamenti devianti. Ma anche qui occorre vigilanza: è giusto invocare il ricorso alle leggi per contrastare eventuali reati, tuttavia non si può dimenticare che esistono comportamenti che, pur non essendo penalmente perseguibili, restano inaccettabili dal punto di vista etico. Le faccio un esempio: se un nuovo culto, per attirare adepti, cita in modo capzioso una fonte cattolica, non ci troviamo certo davanti a un reato, ma la frode esiste lo stesso, ed è grave. Allo stesso modo dovremmo intenderci meglio sul concetto di "vittime" delle sette. Una definizione che compete senz'altro a chi ha subìto coercizioni di tipo fisico e psicologico, ma che forse va estesa a quanti vivono situazioni di disagio esistenziale e di tormento profondo. Quelle stesse situazioni su cui, troppo spesso, le sette speculano».

«Libertà religiosa e ordinamenti democratici» è, non a caso, il tema del convegno che il Gris celebrerà a Roma agli inizi di ottobre in collaborazione con la facoltà di Giurisprudenza della Libera università Maria Santissima Assunta. Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumssa, così commenta la raccomandazione del Consiglio d'Europa: «In materia di libertà religiosa veniamo da una situazione ormai più che secolare di vuoto giuridico. Disgregata la cristianità medievale, superato il concetto (introdotto all'epoca della Riforma) della religione di Stato, in epoca di secolarizzazione la cultura europea ha smesso di confrontarsi con queste tematiche, che adesso ritornano di prepotenza sulla scena. E siccome si tratta di qualcosa che sembra appartenere a un passato remoto, il rischio è appunto quello di riproporre modelli d'intervento che al passato si richiamano. Con tutti i rischi che questo comporta».

In che senso? «Nel senso - spiega Dalla Torre - che oggi non possiamo più accettare che sia lo Stato a deliberare in materia religiosa. Trovo giusto, quindi, che il Consiglio d'Europa escluda il ricorso a leggi speciali e si rifiuti perfino di fornire una definizione di che cos'è una setta. Anche perché in questo caso non è in gioco una normativa, ma l'esperienza giudiziaria, costruita sul campo, caso dopo caso».

E il braccio di ferro con l'America? «È una vicenda complessa - risponde Dalla Torre -, che si intreccia con il problema dell'identità. Vede, le democrazie europee hanno una radice laica, illuminista, mentre gli Stati Uniti nascono con una profonda connotazione religiosa. Ma ora si produce una strana inversione: l'America tende a laicizzarsi, e a riconoscere sé stessa nella laicità, laddove in Europa si crea un'equazione fra religioni tradizionali e identità nazionali».

 
 
 
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