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Sette: dietro il fascino dell'esoterismo

Inserto "R2 Diario di Repubblica", 11 gennaio 2008.

 

Scientology e gli altri gruppi: perché prosperano

Di Gabriele Romagnoli

Tom Cruise? Quello che ha fatto il top gun e le missioni impossibili, ha sposato Nicole Kidman e l'unica volta che ha indossato i panni del predicatore (Magnolia) sembrava un pazzo? Possibile che uno così sia al vertice di una setta (Scientology)? E, ancor più, che migliaia di persone si dedichino, ciononostante, a questo culto?

Sillabario:

Sette - Max Weber

Una "setta" nel senso sociologico non è una "piccola" comunità religiosa, né una comunità scissa da qualche altra comunità e perciò da essa "non riconosciuta" o perseguitata o considerata eretica: i Battisti, una delle tipiche "sette" in senso sociologico, costituiscono una delle maggiori denominazioni protestanti della terra.

La setta è invece una comunità che nel suo senso e nella sua essenza deve necessariamente rinunciare all'universalità, e fondarsi necessariamente su una stipulazione del tutto libera dei suoi membri. Essa deve far ciò perché è una formazione aristocratica, cioè un'unione di persone pienamente qualificate in senso religioso, e vuole essere soltanto ciò e non già, come una chiesa, un'istituzione di grazia che emana la sua luce sui giusti e sugli ingiusti, e che vuol soprattutto sottomettere proprio i peccatori alla disciplina del comando divino.

La risposta è: ovviamente sì. A rendere ovvia l'affermazione è, alla lettera, lo spirito del tempo. Si sono modificate la natura e la ragione sociale della setta, la formazione del guru e la motivazione dell'adepto. In principio era la religione. Oggi è politica, economia, ma soprattutto spettacolo. Da organizzazione segreta anche la setta è diventata non soltanto un movimento alla luce del sole, ma bisognosa di visibilità, dotato perfino di strategie mediatiche. Una volta le attività di questi gruppi erano clandestine, ora i raeliani, per fare un esempio, indicono conferenze stampa a scadenze ravvicinate per annunciare progetti ogni volta più avventurosi (loro il primo, mai mostrato al mondo, esperimento di clonazione umana). II proselitismo si attua andando in prima pagina. E se un attore può diventare governatore o addirittura presidente degli Stati Uniti, perché non anche leader spirituale? Il passo era breve e necessario. Gli eventi Io annunciavano: in fondo anche Rael era stato una piccola celebrità (prima dell'illuminazione era un giornalista televisivo, esperto di automobilismo). E li mitico Do, quello che indusse altre 38 persone in California a vestirsi di nero, ingoiare pillole e partire per il vascello stellare nascosto dietro la cometa Hale Bopp era noto, quando si chiamava Marshall Applewhite, come cantante di musical.

Continuare a pensare alle sette come carboneria delle anime è superato, vale tutt'al più per qualche satanismo di provincia. Il resto sono strutture politico-economiche. E la loro forma ha influenzato quelle dei più moderni e originali casi di partito e azienda nonché, inevitabilmente, di partito-azienda.

È arrivato il momento di sbarazzarsi di alcuni luoghi comuni. II primo è che le sette prosperino sulla crisi delle religioni. Non ci sono mai stati tanti adepti a culti e le fedi tradizionali non sono mai state tanto forti come ora. Non è morto Dio, sono morti i profeti delle idee, di quelle terrene, sociali. Riposano in pace le ideologie, agonizzano i partiti, vengono concepiti ma poi abortiti i movimenti. Che da questi funerali ci si trasferisca al gioioso battesimo di qualche devozione dall'oggetto vago e misterioso è una conseguenza che la storia ha reso scontata. Chiusa l'esperienza del '77, uno dei fondatori di Lotta Continua, Mauro Rostagno, parte, come molti dei compagni non schiantati dalla droga, per l'India. Conosce Osho (seconda incarnazione sulla Terra di un guru già finito nei guai per corruzione e abuso di minorenni) e si converte. Tornato in Italia fonda una comunità (Saman) e muore ammazzato in circostanze ancora da chiarire. Che poi anche Lotta Continua avesse una vaga connotazione settaria e qualche morte da spiegare è una delle tante connessioni poco accidentali tra situazioni solo apparentemente distanti.

Nel vuoto delle ideologie cambiano le motivazioni che spingono a diventare adepto o guru. Sgombriamo laicamente il campo dalle ipotesi dell'Illuminazione o della chiamata e accettiamo piuttosto l'idea dello smarrimento dei fini. Analizzando le biografie dei suicidi della Setta del Sole, che negli anni Novanta si diedero fuoco in tempi diversi in Svizzera, Canada e Francia, si scoprono percorsi umani di ogni genere. C'è chi ha aderito alla setta dopo un trauma e chi al culmine di una vita che, altro luogo comune, definiamo felice. Chi l'ha fatto sbucando dalla solitudine e chi tenendo per mano moglie e figli fine al momento finale del fuoco "purificatore". Quasi tutte erano persone di successo: dirigenti d'azienda, professionisti affermati, un notissimo musicista. Mancava soltanto un attore (ma in fondo ogni guru lo è). Il minimo denominatore comune era la mancanza di uno scopo. Esistenza fallita o esistenza riuscita pari sono: che fare, dopo? La soluzione più semplice è mettere la propria vita nelle mani di qualche altro che sembri avere le risposte.

Diventare adepto o diventare guru sono due percorsi inversi e, necessariamente, speculari. Il guru, depurato dagli intenti spirituali, va alla ricerca di potere e denaro. L'adepto se ne spoglia. Uno s'inebria del piacere di manipolare, l'altro trova conforto (e lo scambia per grazia) nell'essere, finalmente, manovrato senza più dover soffrire nel processo decisionale e nella galera dei successivi rimorsi o rimpianti. Uno accumula beni, l'altro se ne libera con francescana gioia e beata ingenuità. Il patto è stretto, la militanza dovuta, il ritorn sui propri passi precluso. Dalle sette, come daIl'islam, non è ammessa conversione o resipiscenza. Non occorrono leggi per impedirlo. È una conseguenza delle azioni. Un dentista scampato per caso all'auto massacro della Setta del Sole raccontava di essersi accorto, una sera d'estate, che le apparizioni ultraterrene evocate dal suo guru davanti ai seguaci estatici erano in realtà ologrammi sapientemente proiettati. A quel punto non aveva fatto le valigie e se n'era tornato a casa semplicemente perché, spiegò: "Era troppo tardi". La casa era stata venduta, i rapporti familiari troncati. Si era tagliato i ponti alle spalle per devolversi a una diapositiva. Non l'aveva forse saputo fin dall'inizio? Non è questo che cercava?

Dietro il paravento della ricerca di sé si nasconde il desiderio di punirsi per l'incapacità di accettare la propria vita. Dietro la volontà di ascesa, quella di autodistruzione. Sennò perché continuare la commedia? Perché non riprendere quella della vita quotidiana, dei mille impegni che sanciscono la resa alla ricerca di un Senso che non c'è?

"Troppo tardi". Troppo tardi per tornare a occuparsi di sé, della famiglia o della società, quando si è arrivati a dialogare con gli "eloim" dalle loro astronavi che aspettano di atterrare davanti al tempio (appena raccolti i soldi per costruirlo). Quando l'immenso caos ha trovato un ordine, senza neppure la complessità delle trinità e delle reincarnazioni.

Il rischio che sia davvero troppo tardi si concretizza quando la vita (o la sessualità) del guru sfioriscono. Venute meno le sue aspettative, se la setta non è ormai così estesa da non poter essere estinta, sorge la tentazione di farla finire con sé. Jo Di Mambro (anima nera della Setta del Sole) si era ammalato di cancro quando decretò giunto il momento di salire in massa sul carro del fuoco. Il mitico Do ebbe l'idea di una strage nel sonno, nei lettini a castello, dopo essersi fatto castrare.

A differenza delle religioni tradizionali i culti di questo genere possono finire. Resta l'idea di fondo, che non è l'oggetto della fede, ma la struttura dell'organizzazione: un leader che dà la linea, seguaci a testa bassa che eseguono, tutti che si vestono alla stessa maniera, ripetono parole d'ordine, per lo più improbabili, ma che acquistano credibilità ai loro occhi proprio per la ripetizione ossessiva. Chiudete gli occhi e, senza che vi appaia il logo o lo stemma, provate a pensare a qualche convention aziendale di una moderna industria, o anche solo ai suoi luoghi di lavoro, o a una riunione ristretta, in località marittima, del gotha di un partito-azienda e chiedetevi se non ricordano una setta, ma con l'oggetto sociale più determinato. Nel metodo, non nel messaggio, è la modernità di queste organizzazioni. Tom Cruise non è un leader, è un testimonial. Ma lo spot, spesso, è anche tutto quel che hanno da venderci.


Settari, anzi eretici - così la Chiesa li bollava
La presenza di movimenti marginali ma importanti nella storia del cristianesimo

Di Giovanni Filoramo


Libri

Caterina Boschetti - il libro nero delle sette in Italia, Newton Compton 2007

Eugenio Fizzotti, (a cura di) - Sette e nuovi movimenti religiosi, Paoline Libri 2007

Max Weber - Economia e società. Donzelli 2005

Rodney Stark, Massimo Introvigne - Dio è tornato, Piemme 2003

Cecilia Gatto Trocchi - I nuovi movimenti religiosi, Queriniana, 2000

J. Gordon Melton - La Chiesa di Scientology, Elledici 1998

Massimo Introvigne - Le sette cristiane, Mondadori 1997

Enzo Pace - Le sette, II Mulino 1997

Ron Hubbard - Scientology, New Era 1986

Jean Francois Mayer - Le sette, Effedieffe 1989

Giovanni Filoramo - I nuovi movimenti religiosi: metamorfosi del sacro, Laterza 1986

Ernst Troeltsch - Le dottrine sociali delle chiese e dei gruppi cristiani, La Nuova Italia 1969

Il termine "setta" getta le sue radici nelle origini cristiane In Atti 24, 5. Paolo è accusato da rappresentanti delle autorità ebraiche davanti al governatore romano Felice perché «fomenta continue rivolte tra tutti i Giudei che sono nel mondo ed è a capo della setta dei Nazorei». "Setta" traduce il greco hairesis, che all'epoca indicava una scuola, un gruppo di seguaci di un determinato maestro o leader; quanto alla vulgata, essa lo rende con il termine latino corrispondente secta. A partire dalla metà del II secolo, in seguito alla lotta contro gli gnostici, "eresia" si carica di una valenza negativa, assumendo il significato tecnico di movimento anticristiano, di origine diabolica, che rompe l'unità della Chiesa. Anche il latino secta segue questo destino negativo: nella legislazione degli imperatori cristiani esso indica i seguaci di un'eresia, in quanto tali passibili delle condanne più dure.

Le due spiegazioni etimologiche di secta, lungi dal contraddirsi, si completano, rimandando ai due aspetti principali della setta. Essa indica sia coloro che hanno "tagliato" (dal latino seco) i ponti con la chiesa madre sia il modo più diffuso in cui questa rottura avviene: per aver "seguito' (dal latino sector, rafforzativo di sequor, "seguo") un leader carismatico portatore di un nuovo messaggio religioso di salvezza. La rottura con la tradizione reca seco quel (pre)giudizio negativo da parte della maggioranza e delle autorità della religione dominante che accompagna la storia del termine, rivelando i meccanismi sociali di rigetto dell'avversario o dell'eretico attraverso il silenzio, il disprezzo e la lotta contro gli aspetti più significativi del gruppo che si distacca. Le stesse denominazioni sono opera degli avversari, che in modo derisorio tendono a sottolineare un aspetto identificante in negativo il gruppo da condannare. Tutto ciò ha caricato il termine di una valenza negativa, rendendone delicato l'utilizzo da parte degli studiosi.

Un cordone ombelicale lega dunque la setta alla Chiesa: senza setta non si dà Chiesa, e viceversa. Questo legame è stato ben visto da Max Weber ed Ernst Troeltsch, i sociologi che all'inizio del Novecento hanno messo in luce la straordinaria importanza del fenomeno nella storia del cristianesimo. Per uscire dal circolo vizioso della definizione (negativa) di tipo teologico, essi si sono concentrati sia sulle modalità di adesione, attirando come Weber l'attenzione sull'interazione tra la nuova organizzazione religiosa e il contesto socio-culturale, il "mondo', verso il quale la setta vive un grado di tensione più o meno alto a seconda della natura del suo messaggio salvifico; sia sulle caratteristiche che distinguono la setta dalla Chiesa. Mentre la seconda è un'istituzione che comprende necessariamente giusti e ingiusti («La Chiesa mescola in qualche modo l'acqua del religioso e l'olio del sociale»), la setta è la comunità di coloro che personalmente credono e sono rinati: si nasce, di conseguenza, nella Chiesa, mentre l'ingresso nella setta è frutto di una scelta individuale.

Troeltsch in particolare ha indagato la fortuna delle sette nella storia del cristianesimo, sottolineandone alcuni caratteri distintivi: l'ispirazione comunitaria e idealista, centrata sull'amore, sul modello del Discorso della montagna; l'indifferenza radicale a l'ostilità nei confronti dell'ordine sociale; la tendenza a realizzare l'ideale d'amore all'interno di piccoli gruppi; il reclutamento dei suoi membri tra gli emarginati sociali; il carattere storico di una protesta laica contro la gerarchia ecclesiastica. La storia delle sette cristiane comincia per lui con il montanismo nella seconda metà del II secolo, continuando con il donatismo, movimento che difese una particolare concezione di Chiesa dei puri: l'archetipo di un fenomeno destinato a ripetersi continuamente, anche se questa esigenza di restaurare la forma primitiva e pura della comunità delle origini anche attraverso una rigida disciplina morale non sempre si tradusse in vere e proprie sette, ma talora, come nel monachesimo e negli ordini religiosi fu dialetticamente riassorbita dall'istituzione. Il basso medioevo conobbe un fiorire di movimenti religiosi laicali, che talora, come nel caso dei catari, dei valdesi o degli hussiti, trasformati in eresie, assunsero i tratti tipici delle sette. Il mondo ortodosso, che non ha conosciuto queste divisioni, si o però ben presto dovuto confrontare con l'islam, che Giovanni Damasceno, considerandolo una variante dell'arianesimo, inserì come setta cristiana nel suo schema eresiografico, introducendo un principio che verrà accettato dal Concilio di Costantinopoli nel 787.

Con l'avvento della modernità il panorama cambia. Con la Riforma, che segna il trionfo del principio settario, si inaugura una fase nuova, in cui si assiste al moltiplicarsi di denominazioni che o tendono a trasformarsi in Chiese o scompaiano. L'individualismo religioso, infine, mette progressivamente in crisi il vincolo societario tipico delle sette, dando origine a una nuova forma, che Troeltsch propone di chiamare mistica e che la letteratura sociologica contemporanea ha in genere definito "culto".

Forma sociologica tipica delle minoranze che esprimono in chiave religiosa un dissenso verso la società dominante, la setta è un fenomeno presente anche in altre a tradizioni religiose. Il giudaismo del tempo di Gesù era caratterizzato da una molteplicità di "sette", scuole e gruppi che si differenziavano nell'interpretazione di aspetti significativi della Torah fino a costituire, come i settari di Qumran, una comunità separata. L'islam, da gruppo minoritario, definibile come una setta o un gruppo religioso nuovo e perciò deviante, in certa misura mal tollerato e marginale, anche per la sua critica aspra ad altre credenze allora presenti (si pensi alla polemica contro il politeismo), con Io spostamento di Muhammad da Mecca a Yatrib/Medina diventa maggioranza, dunque legge e governo.

Come insegna poi il caso tragicamente attuale della divisione tra sunniti e sciiti, nell'islam è stata importante la divergenza di tipo politico, anche se in realtà la sua storia conosce una pluralità di tipi settari. Il buddismo delle origini, infine, rappresenta anch'esso un movimento di separazione di tipo settario, anche se non vi troviamo all'opera la contrapposizione fondamentale con una Chiesa, quanto il principio della compresenza di scuole filosofico-religiose diverse tipico dell'induismo.


Quelli che sognano le piccole città di Dio
Cosa spinge un individuo a entrare in un gruppo nel quale rischia di cancellarsi

Di Franco la Cecla

È difficile staccare l'idea di settarismo, di setta, da un giudizio di parte. Sicuramente per chiunque si creda nell'ortodossia di una pratica religiosa tutte le devianze sono settarie. I catari, i valdesi erano delle sette eretiche per la Chiesa di Roma. E non è che le case siano tanto cambiate oggi. È facile che l'attributo di setta colpisca tutti coloro che non accettano di rientrare nel grande grembo di un'unica chiesa; sia questa il Vaticano con i suoi problemi nei confronti della creatività africana o latino-americana in questo campo, sia l'islam nei confronti delle pratiche estatiche dei sufi di Zanzibar o della Siria. Insomma il giudizio di settarismo parte in genere da chi si pone per principio fuori di esso.

I primi cristiani apparivano una setta al mondo romano multiculturale e sincretico della fine dell'Impero, quanto più pretendevano di essere l'unica religione possibile. Nei caratteri del settarismo oggi abbiamo una serie di attributi psicologici che potrebbero essere ampliati a qualunque fede, comunitarismo, leader carismatici, proselitismo, una buona dose di segreto e una buona dose di millenarismo. Ci si dice di stare attenti alle sette che bussano alle nostre porte. In parte è vero che la nostra epoca è percorsa da fremiti settari, da adesioni irrazionali a guru, a preti invasati, a guaritori e a santoni. Siamo capaci di dare del settario a David Lynch perché fa meditazione con lo stesso guru che affascinò i Beatles trent'anni fa?

Sono settari i tantrici tibetani, è settaria la religione Falong Gong, sono settari i tolleranti e sincretici ba'ahai, massacrati in maniera spietata oggi in lran (e nessuno ne parla)? Sono settari i zoroastriani dell'India, i parsi che sono al top del potere economico nel sub continente indiano? Non saprei. Se essere settari significa essere una minoranza endogamica, allora gli ebrei lo sono sempre stati.

Vediamo di essere più precisi. Oggi noi intendiamo per setta qualunque gruppo cancelli l'individualità del singolo in nome del bene della collettività, qualunque pratica che espropri i membri che ne fanno parte del controllo delle proprie azioni, qualunque comunità che predichi in maniera feroce e ossessiva la propria differenza e superiorità. Certo, tutti ne abbiamo una qualche esperienza, dall'ossessività dei Sokka Gakai che cercano di convincerci che basta ripetere Namionghiorenchekkiò per ottenere qualunque cosa desideriamo - e che è organizzata in maniera quasi militare - alla Scientology, frutto delle esperienze americane dell'Oss (che divenne poi la Cia) di lavaggio collettivo del cervello. Ci ricordiamo che intere sette si sono suicidate per seguire il loro leader, che spesso le sette hanno un aspetto che sconfina nella magia nera e nelle messe nere.

In Congo, in Camerun, ondate di stregoneria percorrono campagne e provocano accuse incrociate, stermini di intere famiglie, e spesso sono i bambini i primi che si autoaccusano di essere stregoni. È difficile tracciare un confine. Lo sa bene il temuto vescovo Milingo che è adorato in Africa perché tutti sono convinti che lui davvero guarisce la gente. Ed è per questo che la Chiesa di tanto in tanto lo scomunica pur sapendo di mettere in pericolo la propria già fragile presenza nel continente. Il problema è che sette, se vogliamo così chiamarle, rispondono a un bisogno tradito dalle religioni maggiori, dalle pratiche ortodosse. Queste si sono allontanate dalla capacità di offrire un rifugio comunitario, dei rituali coinvolgenti, una liturgia fatta di forti trasformazioni nel corpo con la danza, la trance, il canto. Oggi i monoteismi vogliono dimostrare di essere la cosa più lontana possibile dalla "superstizione", e questo vale sia per il cattolicesimo e per tutte le chiese protestanti della riforma, sia per l'islam con la ferocia del nuovo fondamentalismo wahabbita che è per una religione razionale iconoclasta nella maniera più totale: i fondamentalisti in Egitto come in Pakistan distruggono le tombe dei santi e dei marabut, ne devastano i luoghi sacri, sono contro l'estasi e la trance. La Chiesa cattolica ha nel suo passato eliminato tutto ciò che nelle chiese era danza, festa estatica, umore collettivo, estasi comunitaria. Lasciando oggi un piccolo margine ai carismatici e ai pentecostali. Ma una religione che non opera sui corpi e che non dà l'estasi è molto poco convincente e lascia sola un'umanità che vede nella pietà e nel culto della divinità capacità una capacità personale di trascendenza e di riscatto. I mistici sanno bene guanto hanno dovuto lottare per non essere considerati pazzi, dei pazzi settari ed eretici. Lo stesso vale per il buddismo e per l'induismo, anche se queste due costellazioni nel loro pluralismo rischiano meno la schizofrenia a cui sono sottoposti oggi i monoteismi. Certo, se i nostri figli cominciano a parlare per frasi fatte, si infervorano per cose che a noi appaiono solo deliri e si danno a pratiche ripetitive ci dobbiamo preoccupare.

II meccanismo della setta e oggi però sempre di più un meccanismo che ha preso in prestito dalla politica, da un Iato e dalla psicanalisi dall'altro le proprie armi. C'è una maniera politica della religione che conosciamo bene, un leninismo del gruppo dei credenti che in Italia di tanto in tanto rinasce - Comunione e Liberazione è stata la cosa più vicina a un gruppo troskista che il cattolicesimo ha saputo inventare - con la sua buona dose di regole endogamiche, la propria dose di segreti e di regole solo per iniziati. Per non parlare dell'Opus Dei e di quanta sia stata una religione delle classi medie con la voglia di diventare dirigenti, una religione di appartenenze strette e di segreti.

In tutto questo non c'è nulla di particolarmente scandaloso, le comunità si costituiscono con un principio di esclusione e di auto-esclusione. Il pericolo è quando si scambia tutto questo per una fede. L'altra caratteristica è il linguaggio. Chi ha fatto parte di una setta o di un movimento religioso sa bene che il linguaggio diventa lo strumento principale dell'iniziazione, il linguaggio va violentato, va reso sibillino, allusivo, emotivo, efficace per provocare conversioni, cambiamenti, pentimenti. Siamo animali con un bisogno estremo di conversione perché ci pare che la nostra strada individuale sia troppo stretta. Per questo le sette hanno un grande successo oggi.

 
 
 
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