I miei figli scrivono della loro scuola cinese.
Siamo stati a Pechino tre anni e la maggior parte
del tempo l'ab-biamo passata in una scuola cinese. E stato più che sufficiente.
Ab-biamo avuto problemi fin dall'inizio.
Dapprima la difficoltà più grande era la lingua, perché ci se-parava
dai cinesi. Una volta superato, più o meno, questo osta-colo, ne abbiamo incontrati
altri. Alla fine ci siamo resi conto che la barriera che ci separava dai cinesi non
era tanto la lingua quanto il fatto che eravamo stranieri, perché anche dopo
che parlavamo il mandarino non riuscivamo lo stesso a stare con loro. Dopo tre anni
non avevamo neppure un amico cinese. Era-no i maestri a tenere gli studenti cinesi
lontani da noi e dalla nostra "influenza straniera".
Durante la nostra frequenza scolastica non siamo mai stati invitati a casa di un cinese,
né uno studente cinese ha mai avuto il permesso di venire a casa nostra. Tutte
le conversazioni non andavano al di là dei saluti. Non si poteva chiedere a
un com-pagno di classe che cosa faceva suo padre o dove stava di casa senza che quello
girasse le spalle. Tutto il tempo siamo stati trattati da "stranieri".
Noi stranieri dovevamo giocare fra di noi, parlare fra di noi e stare fra di noi.
Per tenerci lontani dai cinesi, la scuola ci aveva anche dato una stanza per il ping-pong
dove i cinesi non pote-vano entrare.
Ogni lunedì la scuola cominciava con l'alzabandiera. Tutti i bambini cinesi,
la maggior parte con il fazzoletto rosso perché erano "giovani pionieri", stavano
in fila a salutare la bandiera rossa che saliva lentamente sul palo accompagnata dall'inno
na-zionale diffuso dagli altoparlanti. Noi stranieri non potevamo salutare la bandiera
e non potevamo mai portare il fazzoletto rosso.
La giornata scolastica cominciava con mezz'ora di ginnastica obbligatoria per tutti
nel cortile. Si facevano flessioni, piegamenti e un sacco di marce. Dopo si procedeva
allineati verso le aule condotti dal capoclasse.
I capiclasse sono di solito gli studenti che lavorano duro e che hanno idee politiche
corrette. Sono quelli disposti a sacrificare parte del loro tempo per aiutare gli
altri studenti e a fare lavori in più per il bene del popolo. È loro
compito portare in modo ordinato gli studenti in classe e controllarne il comportamento
in ogni occasione, anche fuori della scuola. Dirigono la ginnastica del mattino, correggono
i movimenti sbagliati e de-vono riferire agli insegnanti qualsiasi cosa scorretta
si faccia.
I capiclasse si riconoscono perché, oltre al fazzoletto rosso, hanno anche
tre strisce rosse sulla manica. Quando non ci sono i maestri, i capiclasse mantengono
la disciplina. La disciplina è molto importante nella scuola cinese. Durante
le lezioni ogni studente deve stare seduto dritto con le mani die-tro la schiena per
non giocherellare. Tutti i libri debbono essere pronti prima di ogni lezione, uno
sopra l'altro sull'angolo del banco. Non è permesso bisbigliare, farsi prestare
oggetti o ap-puntire le matite.
Ciascuno deve avere una tazza per bere e un asciugamano pulito. Le unghie devono essere
sempre corte e in ordine. Ogni studente ha un banco e uno sgabello. L'insegnante,
invece, tro-neggia sulla classe perché sta su una pedana davanti alla lava-gna.
Quando l'insegnante entra, ci si alza in piedi e si dice: "Buon giorno, maestro. Buon
pomeriggio, maestro". In coro. Chiaro e veloce, senza strascicare. Fino a quando non
si metto-no a parlare, gli insegnanti non fanno molta impressione nelle loro giacche
blu di Mao e i pantaloni pure blu. Ma quando si arrabbiano, giustamente o ingiustamente,
non c'è nulla da fare se non aspettare il peggio. Questo può consistere
nell'essere messo pubblicamente in imbarazzo o venire afferrato per un orecchio, o
altro ancora. Il potere dei maestri sugli studenti è totale.
Noi stranieri abbiamo certi privilegi e di solito veniamo trattati con clemenza.
Nessuno ha il permesso di parlare se non è interpellato. Se si conosce la risposta
a una domanda del maestro, si deve prima alzare la mano, ma col gomito appoggiato
al banco, senza sven-tolarla in aria. Un'altra cosa alla quale non eravamo abituati
è pulire la clas-se. Tutti i giorni, dopo le lezioni, alcuni di noi dovevano
spaz-zare e lavare il pavimento, pulire la lavagna e mettere i banchi in fila. Una
volta al mese, bisognava fare la pulizia generale della scuola: finestre, corridoi,
sala ping-pong e gabinetti. Spes-so siamo riusciti a evitare questa pulizia in quanto
stranieri e poi perché c'erano i nordcoreani che si offrivano sempre come volontari.
Ogni settimana due studenti vengono scelti per sorvegliare la classe. A costoro viene
dato un bracciale rosso su cui sta scrit-to: "Di turno". Il loro compito è
controllare che ognuno abbia le cose necessarie, sorvegliare la condotta degli altri
durante l'intervallo e presiedere alla pulizia della classe. Su tutte queste cose
entrambi debbono scrivere un rapporto in un apposito qua-derno che viene dato al maestro.
Le lezioni sono soprattutto di matematica e di cinese. "Noi amiamo il presidente Mao.
Noi amiamo il Partito Comunista cinese", sono state le prime frasi che abbiamo imparato
a leggere e a recitare a memoria. Abbiamo letto vari racconti di quando Mao era giovane
e combatteva contro i giapponesi, rac-conti di altri capi rivoluzionari cinesi e dell'Esercito
Popolare di Liberazione. C'erano poi storie di Mao come ragazzo intel-ligente, che
non si stancava mai, che aveva tanti amici e teneva bene il proprio gregge. I racconti
su Marx cominciavano tutti così: "Marx ed Engels erano buoni amici..." poi
continuavano con storie di Marx che era talmente povero che dovette vendere i propri
vestiti per comprare il pane. Alcune storie erano patriottiche e riguardavano il modo
in cui i cinesi hanno combattuto contro i giapponesi, oppure parlavano delle atrocità
giapponesi, come per esempio mettere tante persone in fila e vedere quante ne trapassava
una pallottola. Tutti i racconti sono sentimentali e servono alla propaganda. I soli
che valeva la pena di leggere erano quelli vecchi, ma erano pochi.
La storia non l'abbiamo mai studiata e non si discuteva mai dei fatti attuali. Sui
paesi stranieri veniva detto poco o nulla, e quel poco era per descrivere le situazioni
estreme di gente po-vera, di schiavi e così via. Questo fa si che lo studente
cinese non ha nulla con cui paragonare il proprio paese. L'unica cosa che può
paragonare è la Cina sotto il Partito Comunista con ciò che il Partito
Comunista gli racconta sulla Cina di prima.
La politica è importantissima nella scuola cinese, e la perso-na più
importante della scuola non era la preside, ma il segre-tario del partito della scuola.
Lui si aggirava dappertutto, controllava tutto e dava ordini agli insegnanti. Lui
decideva i film che si vedevano e teneva discorsi per lanciare nella scuola le varie
campagne che si svolgevano in tutta la Cina: per esempio, la campagna per imparare
da Lei Feng, o quella per piantare gli alberi.
Siamo stati noi a dire a nostro padre che qualcosa doveva essere successo a Hua Guofeng,
perché un giorno abbiamo visto il segretario del partito che tirava giù
il suo ritratto dalla stanza delle riunioni. Più tardi ci hanno anche tolto
tutti i libri in cui c'era il disegno di Mao che dice a Hua Guofeng: "Con te al comando
io sto tranquillo", e ce li hanno sostituiti con dei nuo-vi. Che spreco! La Cina è
un paese povero e magari un milione di libri sono stati distrutti.
Imparare il cinese è noiosissimo. Ogni segno di un carattere deve essere imparato
e ripetuto infinite volte. I compiti a casa consistevano nello scrivere, riga dopo
riga, i nuovi caratteri da studiare. Quando abbiamo chiesto l'origine dei caratteri
e per-ché certi caratteri sono scritti in un dato modo ci hanno detto di copiarli
e impararli a memoria.
Gran parte del lavoro nella scuola era di copiatura: copiava-mo i caratteri, copiavamo
i disegni e le pitture da un libro d'arte. I disegni rappresentavano il Tienanmen,
il mausoleo di Mao; giovani pionieri in marcia, bandiere rosse sventolanti sui tetti;
una scena con una partita di palla a volo, matite e un vaso per pennelli. Nel libro
c'erano anche pitture tradizionali cinesi: montagne, acqua, barche e un piccolo tempio
sulla cima di una montagna. Dopo aver copiato il disegno tratto per tratto, l'insegnante
ci dava dei colori dicendoci dove usarli. Se una cosa nel disegno originale era rossa,
dovevamo rifarla rossa. Se un fiore era giallo, non lo potevamo dipingere di arancione.
Quando i disegni erano finiti parevano tutti uguali. Era impossibile riconoscere il
proprio, se non c'era il nome. Tutto questo copiare limitava la mente degli studenti.
Scrivere di fantasia non esisteva. Non ci è mai stato chiesto di scri-vere
i nostri pensieri, le nostre impressioni su qualcosa. Quello che dovevamo pensare
era già stato deciso e a noi toccava solo ripeterlo senza discutere o metterlo
in dubbio.
Durante le ore di scuola la noia era la cosa più dura da com-battere. A volte
era difficile stare svegli. Dopo aver fissato a lungo i vari segni dei caratteri cinesi
sulla lavagna, gli esercizi per gli occhi dopo le lezioni erano un gran sollievo.
Dall'altoparlante veniva una voce stridula che a cantilena contava fino a Otto, per
poi ricominciare. I punti dove ci si doveva massaggia-re erano sotto gli occhi, le
tempie e dietro il collo.
L'aspetto più scioccante della scuola cinese, e quello a cui non ci siamo mai
abituati, erano le sedute di critica e di auto-critica che prima o poi facevano diventare
tutti delle spie. Una volta alla settimana la classe si riuniva e l'insegnante indicava
gli studenti buoni e quelli cattivi chiedendo poi alla classe di fornire le prove
per giustificare il suo giudizio. Una volta al mese la stessa procedura veniva ripetuta
in presenza di tutte le classi radunate in una sala per ascoltare le lodi e le critiche
di un'attrice nata: la preside. Dopo che tutte le classi sono se-dute su file di panche,
la preside fa lampeggiare i denti in un sorriso freddo e ci saluta. Prontamente, tutti
si alzano e contrac-cambiano il saluto. Si è pronti per cominciare. "Prima
di tutto", dice, "dobbiamo distribuire i fiori rossi agli studenti più meritevoli
di questo mese. Della prima clas-se..." Quelli chiamati si fanno avanti e la preside
dà a ciascuno un fiore di carta. Poi divaga sulle buone azioni compiute, su
quanto hanno lavorato e alla fine riprende i fiori e li appiccica su una bacheca con
sotto i nomi dei premiati. Li applaude, i denti le lampeggiano di nuovo in un sorriso
falso, chiede anche a noi di applaudire e rimanda i "buoni" ai loro posti.
Ora tocca ai "cattivi". E questi possono essere tali per aver detto una parolaccia
o per aver lasciato dei gusci di noccioline nella stanza del ping-pong. Nella nostra
scuola era assolutamen-te proibito mangiare qualsiasi cosa durante, prima e dopo le
le-zioni. La punizione consiste nel colpire la coscienza del colpe-vole, nel farlo
vergognare, nel metterlo in imbarazzo davanti a tutti. Il trasgressore viene chiamato
e criticato pubblicamente. Chi fa la critica chiede alla platea se è d'accordo
sul fatto che l'azione commessa sia sbagliata. E deve esserlo, perché non si
può contraddire quel che dice l'insegnante.
Lo studente che vede un compagno fare una cattiva azione deve denunciarlo. Se non
lo fa, lui stesso viene criticato. Io, Folco, ho visto una volta un insegnante che,
nascosto dietro le persiane del secondo piano, stava a spiare i suoi studenti giù
nel cortile. Lo scopo era quello di vedere se le cattive azioni di alcuni durante
l'intervallo sarebbero state poi denunciate da altri durante la seduta di critica.
Chi denuncia è considerato "buono".
Un altro giorno ho osservato questo episodio: quattro ragazzini avevano aperto un
rubinetto dell'acqua e si spruzzavano a vicenda per divertimento. Stavano giocando
da buoni amici e
Non davano noia a nessuno. Poi arrivò un insegnante e con rab-bia domandò
di chi era stata quella stupida idea. Avevano aper-to l'acqua tutti insieme, ma: "È
stato lui... è stato lui", urlò uno dei quattro puntando il dito contro
un altro. Gli altri due presero al volo l'occasione di togliersi dai guai e dissero:
"Sì, sì, è stato lui", indicando lo stesso ragazzino. L'arrivo
dell'insegnante aveva messo un amico contro l'altro e fatto finire il gioco.
Se si sbaglia, parte della punizione è fare l'autocritica.
Per me, Saskia, uno degli episodi più tristi fu il seguente: i guai incominciarono
subito dopo i dieci minuti di intervallo. Uno dei miei compagni di classe era andato
al gabinetto. Quan-do uscì, un ragazzo di un'altra classe gli fece vedere,
prenden-dolo in giro, che si era fatto la pipì sul cappotto. Il ragazzo guardò
e vide la parte bagnata. Prese l'angolo del cappotto e lo buttò sull'altro
ragazzo riuscendo a bagnargli la giacca. Quest'ultimo andò di corsa dal suo
insegnante a denunciare l'accaduto. Lui fu prontamente lodato per la sua azione e
l'insegnante marciò verso la nostra classe per riferire tutto al maestro. Il
nostro compagno dovette così restare in piedi a testa bassa davanti a tutti,
mentre l'insegnante raccontava il fatto. Alla fine, l'inse-gnante chiese alla classe
di trovare un aggettivo che descrivesse l'atteggiamento del nostro compagno colpevole.
In pochi secondi si alzarono molte mani. Un primo studente disse "scortese", un altro
"antigienico", il terzo "irascibile". Dopo aver ascoltato almeno dieci aggettivi diversi,
una ragazza propose "ingrato", e questa era la parola che l'insegnante vo-leva sentire,
sebbene anche le altre non fossero sbagliate. Alla ragazza fu chiesto allora di elaborare
il tema dell'ingratitudine di Shi Li (così si chiamava il colpevole). "Shi
Li è molto in-grato perché l'altro ragazzo gli aveva fatto notare la
cosa per il suo bene, perché si potesse asciugare la pipì. Invece lui
gli ha buttato addosso il cappotto bagnato. E questa è ingratitudine." All'intera
classe fu chiesto se era d'accordo, e tutti si alzarono e dissero di sì a eccezione
di due che erano i migliori amici di Shi Li. L'insegnante, allora, ordinò ai
due di alzarsi, raccontò di nuo-vo il fatto e chiese il loro parere. E quelli
zitti. A questo punto l'insegnante diventò furibonda: "Voi due siete pessimi
elemen-ti!" e li cacciò fuori dell'aula. Si rivolse a Shi Li: "Come ti senti
ora? Ti dispiace di aver agito così? Sei dispiaciuto?" Gli occhi di Shi Li
diventarono rossi rossi e lui si mise a piangere. Questo rese ancora più furibonda
l'insegnante. Shi Li cominciò a parlare, ma le sue parole erano confuse. "Parla
più forte, parla guardando la classe!" "Sì, sono stato cattivo e non
farò più una cosa del genere. Imparerò a essere più grato
alla gente. Sono stato cattivo. Tutti mi possono chiamare ingrato." Shi Li continuò
a criticarsi e a chiedere scusa. L'insegnante chiamò allora i suoi due amici
e anche quelli, per paura dell'insegnante, dissero che Shi Li era ingrato. Quel giorno,
per compito, Shi Li dovette scrivere un tema su quello che aveva fatto e su come si
sentiva. Il giorno dopo dovette leggerlo ad alta voce non solo alla nostra classe,
ma anche a quella dell'al-tro ragazzo.
Il "mese della cortesia" fu annunciato durante una riunione scolastica. Essendo il
tema del giorno, la preside lo annunciò con grande fanfara spiegando che questa
non era un'idea della scuola, ma dei grandi capi lassù, e che la campagna si
svolgeva in tutta la Cina.
Durante questo periodo tutti quanti dovevamo essere particolarmente buoni, essere
di aiuto al prossimo e com-portarci bene con insegnanti, genitori e la gente per strada.
Tutti dovevamo lavorare sodo e fare anche delle cose extra. Il modello che dovevamo
imitare era un soldato comunista, morto da tempo, di nome Lei Feng, che aiutava i
contadini a spingere i carretti, le madri a portare i figli durante il temporale e
sempre con il sorriso sulle labbra. Come lui, avremmo dovuto aiutare le persone anziane
ad attraversare la strada, portare i pacchi ai vecchi e raccattare da terra bucce
di mela.
Questa campagna andò bene, ma non avemmo neppure il tempo di tirare il fiato
che ne venne annunciata una nuova: "la campagna per l'abbellimento". Questo volle
dire lavorare ancora più sodo e avere ancor meno tempo libero. Prima di tut-to
si dovette pulire la scuola da cima a fondo: finestre, porte, piastrelle, corridoi.
Poi siamo stati incoraggiati a portare delle piante a scuola per renderla più
bella; poi abbiamo tolto gli al-beri piccoli che si trovavano qua e là nel
cortile e ne abbiamo messi di più grandi. Alla fine, un sabato e domenica,
ci hanno mandati per le strade. Ognuno con una scopa in mano, dietro alle bandiere
rosse, in processione. Il compito era di togliere tutta la polvere dai marciapiedi.
Centinaia di bambini spazzavano, gli altoparlanti rimbombava-no, le bandiere rosse
ondeggiavano: avrebbe anche potuto esse-re un gran successo, se il vento non avesse
mandato tutto all'a-ria. Quel giorno soffiava in modo particolarmente forte, e a ogni
colpo di scopa sollevava nuvole di polvere che andavano a depositarsi di nuovo a cento
metri di distanza, solo per essere spazzati di nuovo dalla colonna di studenti che
si trovava là. Il gioco poteva così ricominciare daccapo. Era ovvio
che tutta l'o-perazione era un fallimento, ma i capi non potevano ammetterlo senza
perdere la faccia, e così si continuò a spazzare fino alla fine della
giornata.
Una volta alla settimana ogni classe ha la "lezione di mora-le". La vicesegretaria
del partito della scuola parla tutto il tem-po e il monologo è sul Partito
Comunista, sul fatto che senza il partito la Cina sarebbe ancora un paese povero,
che è il partito che la modernizza eccetera eccetera. Durante una di queste
lezioni io, Saskia, sentivo ripetere: "Il socialismo è... il socialismo fa..."
Tutti stavano attenti e quando la vicesegretaria ha chiesto se avevamo capito, abbiamo
rispo-sto in coro: "Sì". Tutti eccetto uno: il capoclasse. Ha alzato la mano
e ha chie-sto: "Ma che cosa è il socialismo?"
La vicesegretaria è rimasta zitta per alcuni secondi, poi s'è messa
a camminare per la classe. Era nervosa. Lei stessa non aveva la risposta. Aveva solo
imparato a memoria quanto è bel-la la Cina ora che c'è il socialismo,
ma lei stessa non sapeva che cosa vuoi dire socialismo. Siccome però lei è
la vicesegretaria, una risposta la doveva dare e allora ha ricominciato a ri-petere
daccapo quel che aveva già detto prima. Il capoclasse non insistette. E uno
molto più coraggioso degli altri, uno che ammiro. Peccato che non sono mai
riuscita a parlarci un pò.
Una volta, a una di queste lezioni, noi stranieri non fummo ammessi. Ci mandarono
a leggere un libro in un'altra classe. Una spiegazione può essere che veniva
spiegato ai nostri com-pagni cinesi come dovevano comportarsi con noi "stranieri".
Una cosa della scuola che non si può dimenticare sono i ga-binetti, innanzitutto
perché il loro puzzo entra in ogni classe, poi per il modo in cui sono fatti.
lo, Folco, ero sempre imbarazzato a entrarci perché temevo di incontrare uno
dei miei maestri, come infatti mi capitò. Ogni gabinetto è diviso in
tre o quattro sezioni da un muretto non più alto di un metro. Non ci sono porte.
Quando sono entrato, in una delle sezioni ho visto solo un giornale aperto. Nascosto
die-tro il giornale c'era il mio maestro. "Ciao!" mi ha detto. Il Quotidiano del Popolo
era la porta improvvisata. Pensai che lui fosse imbarazzato; e, siccome io lo ero,
corsi fuori. Col tem-po mi sono abituato anche a questo.
Avevamo poi le lezioni di scienze naturali. Io, Saskia, mi ri-cordo di una in particolare.
Il maestro era arrivato con un pesce rosso in un vaso di vetro e ci disse, con un
gran sorriso sulle labbra, che avrebbe tagliato una delle pinne così che avremmo
potuto vedere quel che succedeva. Tutta la classe approvò ec-citata. L'insegnante
calmò tutti con un gesto, dopodiché immer-se la mano nel vaso di vetro.
Una volta afferrato, il povero pe-sce si contorceva. L'insegnante prese un paio di
forbici lunghe quattro volte il pesce e cominciò lentamente a tagliargli la
pin-na destra. La classe era impaziente di vedere che cosa avrebbe fatto il pesce
una volta rimesso nell'acqua. Ovviamente, non era capace di tenersi in equilibrio.
Il suo corpo era tutto incli-nato a sinistra. L'unica pinna ondeggiava e il povero
pesce con-tinuava a girare verso destra. La classe rideva. Poi si mise ad urlare:
"Tagli anche l'altra!" L'insegnante, divertito e soddisfatto di avere tutta l'attenzio-ne
della classe, afferrò il piccolo pesce che non tentava neppure più di
scappare e senza pietà tagliò anche la pinna sinistra. L'uomo cammina,
gli uccelli volano, i pesci nuotano. Quel pe-sce affondò giù dritto
sino in fondo al vaso muovendosi appena con dei colpi di coda. Ma non per molto. "Tagli
anche la coda, anche la coda", urlava la classe, e l'insegnante entusiasta ripre-se
il pesce e gli mozzò anche la coda. Il pesce non era più un pesce. Rimase
sul fondo del vaso senza più muoversi. Gli unici a non trovare la cosa divertente
eravamo io e il ragazzo che aveva portato il proprio pesce a scuola.
Lo sport ha un ruolo importante nella scuola cinese: marcia-re, salutare, girarsi
sui tacchi, imparare qualche colpo di Kung Fu e fare il lancio delle bombe a mano.
Ovviamente le bombe sono finte, ma la loro forma è esattamente la stessa di
quelle vere. Quelle che noi usavamo erano fatte di legno e avevano la testa di ferro.
Il lancio della bomba è, nella scuola cinese, come in Europa il lancio del
peso.
Ogni anno c'è il giorno dello sport, che è molto ben organiz-zato e
ha luogo nel cortile della scuola. Dietro un tavolo coper-to da una tovaglia bianca
e imbandito con tazze da tè e mazzi di fiori, stanno seduti il segretario del
partito e alcuni ospiti di ri-guardo, fra questi un vecchio generale che arrivava
sempre con la sua limousine "Bandiera Rossa".
Prima dell'inizio delle gare c'è la parata. Quelli coi fazzoletti rossi, guidati
da uno che tiene la bandiera su un'asta di bambù perfettamente perpendicolare
al terreno, si mettono in testa. Gli altri dietro e, al suono della marcia, ci si
muove fila per fila. Ogni gruppo ha dinanzi a sé due studenti che portano il
pan-nello con scritta sopra una frase di Mao Tsetung. Ogni colonna è organizzata
in modo da avere i più piccoli davanti. Le colon-ne, marciando, si intersecano,
si mischiano l'una con l'altra, ma alla fine ciascuno è di nuovo al proprio
posto. Il tutto era sem-pre preciso, disciplinato. Quando tutte le classi erano allineate,
il segretario del partito faceva il proprio discorso, annunciava l'apertura delle
gare e ricordava a tutti che dovevano fare del loro meglio per vincere. "Se vincete
fate onore alla patria", diceva. Anche in gara un bambino deve pensare alla patria
e anche la gloria deve darla alla patria, senza tenere nulla per sé.
Io, Folco, ho corso gli ottocento metri. Ho corso a più non posso perché
sapevo che chi vince va alle gare fra le scuole di tutta Pechino. E vinsi. Ero arrivato
prima di tutti i cinesi. Anche il secondo era uno straniero, e i cinesi erano molto
molto indie-tro. Secondo quel che ci aveva detto il maestro di ginnastica, dunque,
mi ero qualificato. Sono andato a chiedergli: "Allora vado al torneo interscolastico,
vero?" "No", mi ha risposto. "Hai corso velocemente, ma non ab-bastanza." E con questo
la faccenda era chiusa.
Il problema era che, pur essendo una piccolissima minoranza nella scuola, gli stranieri
avevano dominato le gare e la scuola non voleva farsi rappresentare da un gruppo di
stranieri. E così, a rappresentare la mia negli 800 metri, ci andò un
cinese che non era arrivato neppure secondo. Anche quella fu una decisio-ne presa
non dal maestro di ginnastica, ma dal segretario del partito.
Avevamo inoltre delle lezioni di musica, ma anche in queste non si poteva fare a meno
di parlare di comunismo. Le canzoni che imparavamo erano tutte dello stesso tipo.
Alla gara di can-to, metà delle classi si presentarono con una canzone intitolata
Senza il partito non ci sarebbe la Nuova Cina; altra canzone di successo era La canzone
della cortesia, nata appunto per inco-raggiare la campagna per essere gentili e bravi.
Altre canzoni trattavano di Mao da giovane, altre ancora invitavano a lavorare molto
e a diventare dei bravi "giovani pionieri".
Tutto sommato, gli insegnanti non avevano molta libertà nel-lo scegliere il
metodo di insegnamento, né le materie. Tutti deb-bono seguire regole e metodi
imposti dal segretario del partito.
Eppure io, Saskia, ho avuto l'impressione che gli insegnanti della scuola dovessero
lavorare molto e non mi sembrava che ricevessero per questo grandi ricompense. Lo
stipendio degli in-segnanti è molto basso, così come il loro tenore
di vita. Quelli che non sono sposati vivono in miseri dormitori nel recinto del-la
scuola. Ogni giorno, alle undici meno un quarto, ogni inse-gnante va in una cucina
sporca dove, con una chiave numerata, apre un cassetto e ritira una gavetta in cui
sono stati messi un paio di cucchiai di zuppa, dei fili di spaghetti, dei minuscoli
pezzi di carne e verdure che non sanno di nulla. lo penso che sia per questo che tutti
i miei insegnanti erano magri magri.
Con noi sono stati gentilissimi. Siamo arrivati senza sapere una parola di cinese
e i maestri si sono davvero dati da fare per insegnarcelo. Quando io, Folco, ero in
ospedale, due si sono disturbati a venire a trovarmi e a portarmi della frutta. Come
persone erano davvero buone, ma il fatto è che dovevano segui-re le regole
imposte dal segretario del partito.
Le nostre conclusioni sulla scuola cinese sono, alla fine, tut-t'altro che positive.
lo, Folco, ho odiato lo spiare, la critica, il far di tutto per salvare la pelle.
Ho odiato il sistema di insegnamento che non lasciava spazio all'immaginazione, ho
odiato il copiare, il dover imparare il modo corretto di pensare, l'imbrogliare, la
sensazione di non poter più dire quel che uno pensa e, certe cose, non poterle
neppure pensare.
No. Mai più.
Folco arrivò in Cina all'età di undici anni.
Saskia ne aveva nove.